Giuseppe Sbriglio

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Vittime di reato violento Info Avv. Giuseppe Sbriglio 0110866270

CORTE D’APPELLO DI TORINO, SEZ. III - 23 GENNAIO 2012, N. 106

 

LA CORTE CONFERMA LA PRONUNCIA “STORICA” DEL TRIBUNALE DI TORINO

E CONDANNA LO STATO ITALIANO A RISARCIRE UNA VITTIMA DI REATO VIOLENTO

NELLA FATTISPECIE AFFRONTATA VIOLENZE SESSUALI

 

La sentenza del Tribunale di Torino n.3145/10 del 3 maggio 2010, resa
dalla Dott.ssa Roberta Dotta e già assurta agli onori della cronaca
nazionale, fu senz’altro una pronuncia storica, essendo la prima in
assoluto ad avere riconosciuto l’inadempimento dell’Italia per la
mancata attuazione della direttiva 2004/80/CE del 29 aprile 2004,
relativa alla riparazione delle vittime di reato violento e la
conseguente responsabilità civile della Presidenza del Consiglio dei
Ministri.

La direttiva 2004/80/CE statuisce per tutti gli Stati UE il seguente
obbligo: “Tutti gli Stati membri provvedono a che le loro normative
nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle
vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi
territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle
vittime” (art.12, paragrafo 2). In pratica, anche lo Stato Italiano
dovrebbe garantire ai cittadini ed agli stranieri, vittime di reati
intenzionali e violenti (omicidi dolosi, lesioni dolose, violenze
sessuali) commessi sul territorio italiano, un risarcimento (o,
perlomeno, un indennizzo) equo e adeguato, quando l’autore del reato
sia rimasto sconosciuto o si sia sottratto alla giustizia o, in ogni
caso, non abbia risorse economiche per risarcire la parte offesa, nel
caso di morte, i famigliari.

Come espressamente previsto dall’art. 18 della suddetta direttiva, il
legislatore italiano avrebbe dovuto: 1) attuare detto sistema entro il
1° luglio 2005; 2) attuare le disposizioni inerenti l’indennizzo in
questione nei casi transfrontalieri (cioè nel caso di straniero
rimasto vittima in Italia e di italiano vittima in uno Stato membro)
entro il 1° gennaio 2006. Lo Stato non si è ancora adeguato ed è ormai
l’unico nell’Unione Europea a non averlo fatto.

 

Peraltro, l’Italia non ha neppure ratificato la Convenzione europea
relativa al risarcimento delle vittime di reati violenti (Strasburgo,
24 novembre 1983, entrata in vigore il 1° febbraio 1988), che, avendo
anticipato di molti anni la direttiva, prevede nello stesso senso,
che, se la riparazione non può essere interamente garantita da altre
fonti, lo Stato deve contribuire a risarcire sia coloro che hanno
subito gravi pregiudizi al corpo o alla salute causati direttamente da
un reato violento intenzionale (stupro compreso) e sia coloro che
erano a carico della persona deceduta in seguito a un tale atto.

Il caso approdato all’attenzione del Tribunale di Torino riguardava la
terribile esperienza vissuta da una giovanissima ragazza, la quale era
stata sequestrata, percossa e violentata per un’intera notte da due
ragazzi. I fatti criminosi erano stati accertati penalmente, sennonché
i due responsabili si erano resi latitanti nel corso del giudizio di
primo grado e comunque non avevano risorse economiche per risarcire i
danni riportati dalla ragazza.

La Presidenza del Consiglio dei Ministri si era difesa sostenendo che:
la direttiva sarebbe stata attuata con il d.lgs. 9 novembre 2007 n.
204; l’ordinamento italiano già contempla dei sistemi di indennizzo,
ancorché solo per alcune specifiche categorie di vittime (quelle del
terrorismo e della criminalità organizzata, del disastro di Ustica,
della banda della uno bianca, dell’usura). Tuttavia, il Tribunale
aveva ritenuto come il d.lgs n. 204/2007 non avesse dato attuazione
alla direttiva: “nessuna norma di diritto interno riconosce … il
diritto al risarcimento per reati intenzionali violenti diversi da
quelli già regolamentati dallo Stato prima ancora dell’entrata in
vigore della direttiva”.

 

La Presidenza aveva altresì sostenuto che rientrasse nella
discrezionalità del legislatore nazionale stabilire per quali reati
intenzionali e violenti riconoscere l’indennizzo, di fatto affermando
di poter escludere la tutela di cui alla direttiva nei casi di
violenze sessuali, oltre che nelle ipotesi di omicidio doloso e
lesioni dolose non imputabili a terrorismo, mafia e criminalità
organizzata. Nondimeno, il Tribunale aveva rigettato anche questa
tesi, rilevando che la direttiva “non pare attribuire agli stati
nazionali di poter scegliere i singoli reati intenzionali violenti che
possono formare oggetto di risarcimento, ma anzi impone loro di
prevedere un meccanismo indennitario per tutti i reati intenzionali
violenti e dunque anche per i reati di violenza sessuale – reati
contro la persona di evidente natura violenta e intenzionale”.

Accertato così l’inadempimento dello Stato Italiano, il Tribunale,
applicando i consolidati principi sanciti dalla Corte di Giustizia e
dalla Cassazione in materia di responsabilità civile per mancata
attuazione di direttiva comunitaria, aveva condannato la Presidenza
del Consiglio a risarcire le “conseguenze morali e psicologiche”
subite dalla ragazza, liquidando in via equitativa la somma di €
90.000 e ritenendo che i pregiudizi, per essere risarciti, non
abbisognassero di un’istruttoria (stante le modalità con cui erano
stati commessi i fatti criminosi).

 

Contro questa sentenza aveva proposto appello la Presidenza del
Consiglio dei Ministri. In corso di giudizio era poi intervenuta, a
sostegno dell’inadempimento dell’Italia e della conferma della
sentenza di primo grado, la Procura Generale della Repubblica di
Torino, evidenziando nel suo atto di intervento (sottoscritto dal
Sostituto Procuratore Generale Fulvio Rossi) come la tesi sostenuta
dalla Presidenza finisse con il trasformare la direttiva in un “mero
guscio vuoto”, in primo luogo a tutto discapito delle persone
residenti in Italia.

 

La Sezione III civile della Corte d’Appello di Torino, con Presidente
e Relatore il Dott. Paolo Prat, confermando la pronuncia del Tribunale
e condannando la Presidenza del Consiglio, ha affermato la “diretta
applicabilità” della direttiva e concluso che “è certo che l’Italia
non ha stabilito un sistema di indennizzo per le vittime di violenza
sessuale e pertanto è inadempiente”.

La Corte ha altresì ritenuto nel caso al suo esame comprovata
l’impossibilità per la vittima di conseguire – condizione peraltro non
richiesta dalla Direttiva 2004/80CE- il risarcimento direttamente dai
due violentatori: “I due imputati si sono resi latitanti nel giudizio
di primo grado e tali sono rimasti nel giudizio di appello; non
risulta che abbiano mai espresso qualche forma di pentimento e offerto
un benché minimo risarcimento; non si vede che utilità pratica
potrebbe avere una causa civile proposta … contro di essi”.

 

Infine, la Corte, pur rilevando tutta la gravità del danno subito
dalla ragazza, ha ridotto il risarcimento a € 50.000, ritenendo
trattarsi di un indennizzo e non già di un risarcimento.

L’Avv. Giuseppe Sbriglio rileva: «La conferma da parte della Corte d’Appello
della responsabilità civile dello Stato italiano per l’inadempimento
della direttiva costituisce un precedente molto importante per la
ragazza e per molte altre vittime che non possono conseguire un
risarcimento dai responsabili. Tuttavia, permaneun’evidente differenza
fra l’Italia e gli altri Stati europei: ad oggi le vittime colpite sul
territorio italiano da reati violenti e intenzionali, commessi da
persone rimaste ignote o prive di risorse economiche,rimangono senza
un fondo statale cui rivolgersi; così, per ottenere quanto loro
garantito dalla direttiva 2004/80/CE, si trovano costrette a ricorrere
ai Tribunali, proprio come avvenuto nel caso deciso dai giudici
torinesi, dovendo pertanto affrontare un vero e proprio processo con
tutti i patemi conseguenti. Ciò rischia di comportare l’instaurazione
di un numero elevatissimo di processi civili contro la Presidenza del
Consiglio dei Ministri, con costi per lo Stato ed ulteriori aggravi
per le vittime in tutta evidenza evitabili, se solo il legislatore si
decidesse ad intervenire. Di conseguenza, non si può che auspicare
quanto prima una legge che dia concreta e seria attuazione alla
direttiva, evitando alla magistratura di dover sopperire alle carenze
del Governo e del Parlamento su questioni fondamentali per i
cittadini. Si spera che il Governo Monti prenda atto
dell’improrogabilità di questa legge».

 

 

Per Informazioni Avv. Giuseppe Sbriglio 0110866270 e mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


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